5) Kant. Che cos' l'illuminismo.
Riportiamo il famoso intervento di Kant sulla Berlinische
Monatsschrift, che incoraggia a prendere atto che l'umanit 
divenuta adulta, a servirsi del proprio intelletto ed a vincere la
vilt e la pigrizia.
I. Kant, Che cos' l'illuminismo (pagine 279 e 353).

Illuminismo (Aufklrung)  la liberazione dell'uomo dallo stato
volontario di minorit intellettuale. Dico minorit intellettuale,
l'incapacit di servirsi dell'intelletto senza la guida d'un
altro. Volontaria  questa minorit quando la causa non sta nella
mancanza d'intelletto, ma nella mancanza di decisione e di
coraggio nel farne uso senza la guida di altri. Sapere aude! Abbi
il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto! Questo  il
motto dell'illuminismo.
La pigrizia e la vilt sono le cause perch un cos grande numero
di uomini, dopo che la natura li ha da un pezzo dichiarati liberi
da direzione straniera (naturaliter majorennes), restano tuttavia
volentieri per tutta la vita minorenni; e perch ad altri riesce
cos facile il dichiararsene i tutori. E' cos comodo essere
minorenne. Se io ho un libro che ha dell'intelletto per me, un
direttore spirituale che ha coscienza per me, un medico che
giudica del regime per me e cos via, io non ho pi alcun sforzo
da fare. Se pago, non ho pi bisogno di pensare: c' chi se ne
prende la briga per me. E che la maggior parte dell'umanit (tra
cui tutto il bel sesso) tenga la liberazione non solo per
incomoda, ma anche pericolosa,  cura dei sopradetti tutori, i
quali si sono benignamente assunti la sovrintendenza. Dopo d'aver
reso stupido il loro bestiame e d'aver impiegato ogni cura perch
questi tranquilli esseri non osino muovere un passo fuori del
carruccio da bambini, in cui li hanno chiusi, essi mostrano loro
in appresso il pericolo che li minaccia se s'arrischiano a
camminare da soli. Certo il pericolo non  grande e dopo qualche
capitombolo alla fine imparerebbero a camminare: ma un caso di
questo genere li rende timidi e li dissuade generalmente da ogni
ulteriore tentativo.
E' quindi per ogni singolo cosa difficile l'uscire da questa
tutela diventata quasi in lui natura. Egli l'ha anzi presa in
affezione ed  per il momento realmente incapace di servirsi del
suo intelletto, perch non vi  mai stato abituato. Le regole e le
formule, questi strumenti meccanici dell'uso razionale o piuttosto
dell'abuso dei suoi doni naturali, sono le catene che lo tengono
in questa perpetua tutela. Chi le gettasse lungi da s, non
farebbe anche sopra il pi piccolo fosso che un salto malsicuro,
perch non avvezzo a liberi movimenti. Pochi sono perci quelli
che sono riusciti, per una autoeducazione del proprio spirito, a
liberarsi dalla tutela e tuttavia ad acquistare un incesso sicuro.
Pi facile  che si illumini da s una collettivit; anzi  quasi,
quando ne abbia la libert, inevitabile. Perch si trovano sempre,
anche tra quelli preposti come tutori della grande massa, alcuni
che pensano da s e che, dopo d'avere scosso da s il giogo della
tutela, cercano di diffondere intorno a s lo spirito d'un
razionale apprezzamento del proprio valore e della vocazione di
ogni uomo a pensare da s. Degno di nota  questo: che il
pubblico, il quale  stato dai suoi tutori sottoposto a questo
giogo, costringe essi stessi in seguito a non uscirne, quando
venga a ci aizzato da quelli, fra i suoi tutori, che sono
impenetrabili ad ogni illuminazione: tanto pericoloso  il
seminare dei pregiudizi, i quali alla fine si volgono contro
quelli stessi o i successori di quelli stessi, che li hanno
seminati. Quindi un pubblico non pu essere illuminato che
lentamente. Una rivoluzione potr produrre la fine di un
despotismo personale e d'una oppressione cupida e dispotica; ma
nuovi pregiudizi serviranno, come gli antichi, a dirigere
ciecamente la grande moltitudine che non pensa.
Per questa illuminazione non s'esige tuttavia altro che libert e
invero la pi innocente di tutte le libert: quella di fare
pubblicamente uso del proprio intelletto in tutti i punti. Io odo
bene da tutte le parti esclamare: Non ragionate! Il militare dice:
Non ragionate, ma fate l'esercizio! L'agente delle tasse dice: Non
ragionate, ma pagate! Il prete dice: Non ragionate, ma credete!
Qui abbiamo tante limitazioni della libert. Ora quale limitazione
 contraria alla illuminazione? E quale non vi  contraria, ma
anzi vi contribuisce? _ Io rispondo: il pubblico uso della ragione
deve sempre essere libero ed esso solo pu servire ad illuminare
gli uomini; l'uso privato della stessa deve invece essere spesso
molto strettamente limitato, senza che ci particolarmente noccia
al progresso dell'illuminismo. Io intendo per uso pubblico della
ragione quello che uno ne fa, come studioso, dinanzi al pubblico
dei lettori. Intendo per uso privato l'uso che egli deve fare
della propria ragione in un dato posto od uffizio civile a lui
affidato. In quelle pratiche, le quali riflettono il pubblico
interesse,  necessario un certo meccanismo, per virt del quale
alcuni membri della comunit debbono comportarsi del tutto
passivamente, affine di poter essere indirizzati, per un
artificioso accordo, verso le finalit pubbliche o almeno essere
trattenuti dalla loro distruzione. Qui certo non  lecito
ragionare: bisogna ubbidire. Ma in quanto questo membro del
meccanismo statale si considera come membro della comunit, anzi
della umanit civile, quindi in qualit di studioso, esso pu
benissimo ragionare senza che ne soffrano gli affari, ai quali
esso, come membro passivo,  applicato. Cos sarebbe esiziale se
un militare, comandato dai superiori, volesse in servizio
apertamente ragionare sulla convenienza o sull'utilit dei
comandi: egli deve ubbidire. Ma non pu equamente venir impedito,
come studioso, di fare osservazioni sulle deficienze del servizio
bellico e di sottoporle al giudizio del pubblico. Il cittadino non
pu rifiutarsi di pagare le imposte: anzi un biasimo indiscreto,
nell'atto che si paga, pu essere punito come uno scandalo (che
potrebbe provocare una resistenza generale). Ma con tutto ci lo
stesso non agisce contro il dovere di cittadino quando, come
studioso, esprime pubblicamente i suoi pensieri contro
l'inopportunit ed anche l'ingiustizia di tali imposizioni.
P.Martinetti, Antologia kantiana, Paravia, Torino, 1944, pagine
212-214.
